Daniel Buso
"UN'INTUIZIONE - L'arte di Chris Rocchegiani è intuizione. Intuizione di forme inaspettate e di rappresentazioni grafiche e concettuali di immediata riconoscibilità. Notiamo le sue opere come semplici forme di un repertorio di immagini che caratterizzano la quotidianità, raccontato con uno stile che è al tempo stesso improvvisazione di colori e di luci. Se in alcune opere, come in VASO e OMBRELLI, ci offre un'elegia delle piccole cose dimesse; in altre riesce ad esprimere l'intensità del suo linguaggio. ALLUPO, ALLO SQUARTO e WHILE I'M SUFFOCATING sono rappresentazioni solo apparentemente pacate, rese elementari dalla stesura cromatica à plat dello sfondo. Eppure posseggono una violenza profonda, in parte scaturita dall'energica pennellata con cui sono ritratte. Le figure si contorcono in spasmi cromatici e sono caratterizzate da un felice linearismo che dimostra il talento grafico dell'artista. Da Morandi alla Transavanguardia, il suo stile si muove tra le epoche passate capace di condensare in un'unica opera l'eleganza di un formalismo impeccabile e la contemporaneità di un disegno accattivante. Nonostante l'attualità del suo tratto, Chris si rivolge spesso a generi passatisti come la natura morta ed un'estatica rappresentazione di spazi interni popolati da rappresentazioni zoomorfe. Non rinuncia mai alla pittura, ponendosi come pittrice innovativa sul solco della tradizione."

Simona Cardinali
"Ricerche individuali pre_cedono l'incontro. Uno spazio comune giustifica Pre_senza. Un luogo da anni abbandonato ma con un indubbio odore di presenza è il presupposto del lavoro dei tre artisti che si incontrano al Chiostro di Sant'Agostino. La presenza offre i suoi diversi aspetti e si svela anche nella sua più nascosta consistenza. La grande e semplice scoperta è la molteplicità delle forme in cui una presenza può svelarsi scegliendo linguaggi espressivi diversi concentrati in un luogo comune. Si chiede un meditativo e rispettoso silenzio negli spazi epifanici della presenza. Niente di ingombrante ma tutto delicatamente studiato e piacevolmente intimo. Le prime presenze esibite, campeggiano nello spazio esterno impostando un discorso che subisce i suoi consapevoli risvolti all'interno.Chris Rocchegiani nell'atrio ci pone al cospetto dell'inevitabile trasfigurazione dell'essere. Il corpo che è riuscito a dissociarsi dall'anima, l'anima liberata dal corpo. Un corpo appeso al chiodo, un'anima sfuggita. Asciutti, liofilizzati e scuri i corpi, bianche e pronte all'evaporazione le anime. Si è liberi di scegliere se la presenza sia il corpo o l'anima. Entrando nello spazio le tele si uniscono all'intonaco , la razza animale è la prescelta per raccontarci questo elevato processo e per trasferirlo alla razza umana l'artista utilizza l'intelligente idea della gabbia- cubo. La figura geometrica ( simbolo delle capacità di astrazione dell'uomo) si mostra sotto la forma di gabbia , niente di meno inquietante, visto che molte sono le possibilità di aprirla.L'artista riempe le sue gabbie e una la cede ad una nuova presenza di Lisa Gelli che ripopola un altro spazio. Carte sparse inghiottiscono le pareti con ripetute immagini di forme e organismi vitali che spalleggiano tra loro animando l'ambiente che si apre con altri due spazi.Grandi presenze dalle fattezze femminili conducono il gioco mostrano le loro carte e ci accompagnano all'ambiente a destra, un tempo fucina di una bottega orafa. Qui tutto lascia intendere che si stato occupato proprio da questa nuova presenza femmnile. Alla sua mensa offre una serie di oggetti spenti non funzionanti, che affermano la loro presenza – assenza nel l'essere rimasti contenitori senza contenuto. La funzione giustificava la forma di ognuno di loro rivendicandone la presenza, ora che la funzione è interrotta ogni cosa decade annientando il senso della forma e la giustificazione della presenza. Entrando nell'ambiente opposto il discorso cambia. Un materesso immolato accompagnato da leggere presenze di stoffa, che hanno preso una determinata piega, aprono un terreno di riflessione dentro il quale si perde Luca Poncetta. Piccoli formati da devozione privata le cui pieghe si proiettano nel formato tridimensionale di un letto sospeso, specificano ancor più quello a cui si vuole arrivare. Un letto ci trasferisce nell'ambiente più privato di una casa e al momento più indivduale di esperienza di assenza- presenza del proprio corpo: il sonno. Nelle varie fasi del sonno quella dell'onda lenta , interessa in particolar modo Luca Poncetta perchè questo è il momento in cui allo stesso tempo si azzerano le funzioni vitali e si attivano inconsci processi in cui si ricombinano informazioni. Da qui parte un'interessantissima riflessione su questo stadio di attività vitale minima in cui l'essere convive con il non essere senza escludersi a vicenda. E' il momento in cui si raggiunge l'equilibrio tra vita e morte, moto e paresi.Riconoscersi vivi in una condizione di perduta coscienza. Quello che esce dal movimento di stoffe e spilli, da quella dimensione di ibrida condizione è proprio la scoperta di quella condizione sospesa in cui la vita si mette in equilibrio con la morte . Così il drappeggio ritratto con spilli e lenzuola in un materasso diviene la più viva e antica lezione della presenza di un corpo che ha vissuto la sua forma e che grazie all'artista diviene visuale."

Federica Mariani - Curatore Arti Visive NotteNera 2013
Chris Rocchegiani, La camera esterna Irrinunciabile: RICERCA "Pensa allora, anima mia, che la morte non è altro che un servitore che porta una luce nella camera esterna" dalle parole di John Donne tratte da "Il cammino dell'anima" inizia la strada per la comprensione della poetica artistica di Chris Rocchegiani. Due livelli di lettura, di profondità, due parti di uno stesso racconto: la prima rappresentata da cinque dittici è l'involucro, la seconda narrata da carte sospese è il nucleo. Animali raffigurati con chiazze di colore: una marrone che rappresenta il contatto con la terra e il corpo, l'altra bianca, sospesa, che racchiude l'anima. Le cinque tele sono narrazioni di morti non violente e tutte differenti. In ognuna di esse viene descritto un passaggio dalla vita alla morte, una rarefazione del corpo di una volpe, un maiale, un uccello, un cervo, una lepre... La specie non ha importanza. L'artista si affida al mondo animale per indagare il trapasso, entrando in contatto con l'essenza ancestrale e l'istinto. Il selvatico prende il sopravvento. Il passaggio da fisico ad etereo avviene indipendentemente dalla consapevolezza dell'essere umano. Si compie l'evoluzione: l'anima trasmuta il senso del vissuto e fuoriesce dal corpo. Rarefazione, assenza di respiro, un alito che esce come una liquefazione, una liberazione. Non c'è nulla di drammatico in queste morti, solo la narrazione di un transito, un cambiamento di status. Il dualismo tra corpo e anima riecheggia nelle tele così come nella parte interna dell'opera, disegnata e dipinta su carte giapponesi. Il cuore di questa installazione è rappresentato dall'esperienza umana. Corporeo e incorporeo vengono sviscerati in ogni loro declinazione. Il nucleo è l'uomo e il suo ritorno a casa: figure sospese e leggere rappresentano le tappe di un percorso di meditazione nella costante ricerca di Dio. Per l'artista è irrinunciabile indagare il passaggio dalla vita alla morte e il divino. I disegni, dialogando con i dittici esterni, traghettano lo spettatore nel cuore dell'opera: la leggerezza della meditazione si materializza nel bianco e nel tratto accennato. L'elemento duale qui è rappresentato dall'uomo e dall'elemento esterno. Si concretizza la consapevolezza percettiva dell'esperienza interiore: l'anima in espansione diventa eterea, non afferrabile, impalpabile. "La camera esterna" è un racconto di fasi meditative individuali, una poetica artistica mossa dall'esigenza dalla ricerca di Dio. Soffermatevi ad osservare, riflettete... Meditate.

Attilio Coltorti
"La carica espressiva che anima la pittura di Chris Rocchegiani fa riferimento a fulcri generatori diversi, che di volta in volta trovano giustificazione nel desiderio di tradurre visivamente motivi che il più delle volte corrispondono a stati d'animo personali e particolari. Oscillando, dunque, fra soluzione compositive figurate in cui l'immagine del soggetto, colto appena sulla soglia della riconoscibilità, sbotta in fiotti luminosi di sobrie tonalità sfumate ma contrastanti (come i bianchi e i neri, spesso intercalati dai rossi o dai rosa); fino a utilizzare una sorta di pittura disegnata che, a volte, permette di far vivere in simbiosi tracce di figurazioni antropomorfiche accanto ad altre di chiara derivazione animale, mentre in altri casi prevale, più semplicemente, l'aspetto metamorfico e allusivo. Una pittura che, pur escludendo quasi totalmente, l'aspetto narrativo, ribalta prepotentemente i protagonisti in primo piano, evidenziandone ogni qualvolta la forza espressiva; relegando, nel contempo, il resto della tela a fondo di proiezione funzionale, sia nel caso che l'artista voglia determinare uno spazio vitale o prospettico intorno al soggetto, sia che intenda caricare cromaticamente il fondo stesso per imprimere ed accentuare ancor più la valenza comunicativa della forma."

Gabriele Bevilacqua
"CUORE DI CHROMO" - L’installazione «Cuore», site specific di CHROMO (acronimo di CHris ROcchegiani e ROberto MOntani), è appunto nel cuore di una cripta naturale adattata dalla gente del posto a frantoio. Si scende sotto, dunque. E per gli uomini scendere a contatto con il sottomondo, l’ipogeo, ha sempre avuto una valenza magica, ancestrale, comunque ricca di evocazioni significative. Luoghi simili sono umidi, pertanto l’acqua e la terra (il tufo) quivi si congiungono in un forte richiamo di fermentazione e silenzio senza luce. Altrettanto ricca è l’idea semantica del frantoio, dal latino frangere (la cui radice indoeuropea ristagna in altre dense parole come frattura, rifrazione, naufrago, frammento). L’azione del frantoio si completa nel lento stillare, gocciare dell’olio in recipienti adeguati. Questi pochi cenni, danno la cornice concettuale per seguire e addentrarci nell’ipogeo di CHROMO, duo di autori emergenti, uno nel campo della pittura (Rocchegiani), l’altro in quello della comunicazione visiva (Montani). Le otto tele, dipinte in tempera nera sopra tele di cotone trattate con colla di coniglio, scendono dalla tradizionale cortina espositivo-museale per essere sistemate in orizzontale su bancali. Il pittorico è un pigmento steso in modo repente, nella fattispecie di tessiture di filamenti a rastrellatura, di controllata esecuzione, da evocare tracciati di sismografi, elettrocardiogrammi, schede perforate, reticolati di compositori contemporanei. Al momento dell’installazione, in prossimità del punto di caduta delle gocce d’acqua, gli artisti aggiungono una successiva macchia di tempera nera. Sotto l’azione del liquido (e delle condizioni igrometriche, comprese le variazioni dovute alla stessa presenza fisica degli spettatori), la tempera si sfarina, si rimuove, si altera. Il gocciare proviene da contenitori di plastica, verniciati a forno, ma simili a reperti fittili di epoche arcaiche, posti sopra le tele (le teorie di contenitori si alternano a quelle che invece contengono punti luce). A prima vista, l’operazione si concentra sull’azione lenta e corrosiva dell’acqua (gutta cavat lapidem), come parimenti il lacrimare delle preziose lacrime d’olio del frantoio. Il principio chiamato in causa, a mio avviso, è però quello della stessa impermanenza dell’arte, la sua pretesa di un ideale di bellezza eterno e astorico. L’opera d’arte, pronta a raccogliere lo stillare dell’acqua, si fa ricettacolo, diventa altro, si mostra fragile, spoglia. Il lucore delle luci, il tufo d’intorno, le volte murarie, la tempera che si stempera, tutto in Cuore farebbe pensare alla generale fragilità dell’essere e dell’operare umano. Aggiungo la metafora: l’arte è mutamento e tensione di accumulo, moltiplicazione. Nelle sequenze di Cuore (otto tele, non una; una teoria di contenitori, non uno solo) c'è in filigrana la volontà onnivora di dire tutto, di amplificare il messaggio, di rinforzarlo per eccesso; un horror vacui che approda però al silenzio, all’ultima parola che cancella il linguaggio verbale, al vuoto dilavato dal tempo (non a caso, si badi, all’inizio è una postazione volutamente lasciata vuota). Altri potrebbero intravedere in questa installazione la pioggia che cancella per ridare nuova vita, nuovo approvvigionamento, nuovo inizio; oppure quel riferimento biblico del dividere le acque di sopra e l’asciutto di sotto (Genesi 1, 7-9), opera di un Dio, signore della creazione, che la trasforma semplicemente dandole un ordine, agendo sul caos perché tutto si offra secondo giustizia, perché tutto possa essere risanato. Altri ancora, potranno soffermarsi sul carattere di lento farsi/disfarsi del significato di ogni manufatto d’arte, sia esso un pittogramma o un monolite egizio. Solo il dialogo con gli artisti, la dichiarazione esplicita della loro intenzione autorale, ci consente applicazioni interpretative legittime. Allo spettatore, libero giudicante coinvolto nelle microalterazioni dell’opera, si chiede piuttosto di vivere un’interessante esperienza di arte, in chiave sinestetica: la visione (l’installazione, la penombra, le volte a crociera del sito), l’udito (la sonorità stilizzata delle gocce che cadono con intermittenza differente), l’olfatto (l’odore di umido e salnitro). Si chiede in altre parole di mettersi all’unisono con l’installazione, come con il gocciare stesso, lasciandosi meravigliare dagli effetti prodotti dall’insieme. Sicuramente ci troviamo di fronte a un’opera dal forte impatto visivo, ben congegnata, senza ciononostante sbigonciare nello scenico. Rocchegiani e Montani confezionano ad arte un prodotto serio, professionale, intelligente a cominciare dalla scelta di un sito di attrazione non solo estetica (un sito storico, forse una posterla). «Cuore» però è soprattutto una scelta performativa, legata al più tipico assunto dell’arte contemporanea (tematizzato, per esempio, negli anni ’50 del secolo scorso, dal gruppo Forma1 di Perilli, Dorazio, Consagra): l’artista trova non più nella natura ma nella sua volontà creativa, l’origine prima delle forme pittoriche o plastiche o di altra rappresentazione. È quella volontà che dà significato alla natura, e in questo modo la supera.

interdetti installation macerata 2017

interdetti installation macerata 2017

interdetti installation macerata 2017

interdetti installation macerata 2017

interdetti installation macerata 2017

A _ U installation polverigi (an) 2017

A _ U installation polverigi (an) 2017

A _ U installation polverigi (an) 2017

cuore lupo n.1 120x200cm gouche on canvas 2017

cuore lupo n.2 120x200cm gouche on canvas 2017

cuore installation la mole di ancona 2017

cuore installation la mole di ancona 2017

cuore installation la mole di ancona 2017

12 appunti di ricerca n.1/12 70x100cm oil on paper 2017

12 appunti di ricerca n.2/12 70x100cm oil on paper 2017

12 appunti di ricerca n.3/12 70x100cm oil on paper 2017

12 appunti di ricerca n.4/12 70x100cm oil on paper 2017

hebel n.1 2mq olio su teli di canapa e cotone. ricamo con fili di lana 2016

hebel n.2 dettaglio olio su teli di canapa e cotone. ricamo con fili di lana 2016

hebel n.3 dettaglio olio su teli di canapa e cotone. ricamo con fili di lana 2016

hebel n.4 dettaglio olio su teli di canapa e cotone. ricamo con fili di lana 2016

hebel n.5 dettaglio olio su teli di canapa e cotone. ricamo con fili di lana 2016

hebel n.6 dettaglio olio su teli di canapa e cotone. ricamo con fili di lana 2016

cuore n.1/08 70x100cm gouche on canvas 2015

cuore n.2/08 70x100cm gouche on canvas 2015

cuore n.3/08 70x100cm gouche on canvas 2015

cuore n.4/08 70x100cm gouche on canvas 2015

cuore n.5/08 70x100cm gouche on canvas 2015

cuore n.6/08 70x100cm gouche on canvas 2015

cuore n.7/08 70x100cm gouche on canvas 2015

cuore n.8/08 70x100cm gouche on canvas 2015

cuore, prima attivazione | installation | serra de' conti (2015)

cuore, prima attivazione | installation | serra de' conti (2015)

cuore, prima attivazione | installation | serra de' conti (2015)

parentesi chiusa installation vajont valley 2015

We have used this quote at the very beginning in order to reiterate the importance of the similtaneous presence of love and hate, as an inescapable interchange between vital contents, as it happens with perfection and imperfection. The Vajont dam has always been considered a jewel from an engineering and construction point of view. It hasn’t changed from this perspective; events have not altered it. Dead because unspoilt. Perfection implies stasis, it does not allow any fluctuation, the end of the uncertainty that makes things move again. And here nature makes its scene with its perpetual motion. Parentheses (from Greek παρένθησις, from the verb παρεντίθημι parentíthēmi, “I put in beside”) are a set of typographical symbols used to enclose other characters. Each pair is composed of an opening version and a closing version; the former having a convexity to the left, the latter having a convexity to the right. Starting from a graphic symbol, a right (close) parenthesis, that the dam draws on the territory, we recall the simile to a linguistic element. It contains memory, a thought to what happened, the territory, so that everything can be preserved but not reiterated, creating space for something new. We have mainly used gold, underlining the perfection of the dam in the imperfection of the surrouding territory. As in the Japanese art of repairing broken ceramics using liquid gold called Kintsugi, cracks caused by the breakage are fixed not physically but deeply in the soul.

interno senza niente out of bed 100x150cm oil on canvas 2014

interno senza niente umbrellas 100x150cm oil on canvas 2014

interno senza niente tea service 90x90cm oil on canvas 2014

interno senza niente vase 30x30cm oil on canvas 2014

interno senza niente the wait with red pipe 70x50cm oil on canvas 2014

la camera esterna birds 100x100cm oil on canvas 2014

la camera esterna pork 100x100cm oil on canvas 2014

la camera esterna deer 100x100cm oil on canvas 2014

la camera esterna fox 100x100cm oil on canvas 2014

la camera esterna hare 70x50cm oil on canvas 2014

dove sei? n.1/11 60x100cm oil on 'rock wool' vacuum sealed      2014

dove sei? n.2/11 60x100cm oil on 'rock wool' vacuum sealed      2014

dove sei? n.3/11 60x100cm oil on 'rock wool' vacuum sealed      2014

dove sei? n.4/11 60x100cm oil on 'rock wool' vacuum sealed      2014

dove sei? n.5/11 60x100cm oil on 'rock wool' vacuum sealed      2014

dove sei? n.6/11 60x100cm oil on 'rock wool' vacuum sealed      2014

dove sei? n.7/11 60x100cm oil on 'rock wool' vacuum sealed      2014

dove sei? n.8/11 60x100cm oil on 'rock wool' vacuum sealed      2014

dove sei? n.9/11 60x100cm oil on 'rock wool' vacuum sealed      2014

dove sei? n.10/11 50x60cm oil on 'rock wool' vacuum sealed      2014

dove sei? n.11/11 50x60cm oil on 'rock wool' vacuum sealed      2014

10800s n.1/15 21x29cm wooden boards painted 2014

10800s n.2/15 21x29cm wooden boards painted 2014

10800s n.3/15 21x29cm wooden boards painted 2014

10800s n.4/15 21x29cm wooden boards painted 2014

anomalie pac 5 cuore, seconda attivazione 12 appunti di ricerca hebel cuore, prima attivazione parentesi chiusa interno senza niente la camera esterna dove sei? 10800s

interdetti
L’estremità del braccio sinistro del padiglione centrale dell'EX Ospedale Psichiatrico Santa Croce (MC) è la parte dell’edificio dove sono più evidenti i danni provocati dal terremoto. Qui la struttura sembra ricreare una specie di quinta teatrale dove, sul fondale, del telo dorato è apposto alla rete rossa che segna l’inagibilità dello stabile. Davanti alla transenna dorata, come un attore in scena, svettano sei pali di bambù legati da una corda che ha anch’essa il color dell’oro.
Questo intervento si rifà alla pratica giapponese del kintsugi, ovvero la tecnica del riparare attraverso una colata d’oro frammenti di oggetti rotti e difettosi, impreziosendo, sia da un punto di vista estetico che economico, cose che a causa della distruzione hanno perduto la loro funzione originaria. Secondo lo stesso principio, nell’installazione l’elemento dorato evidenzia e sublima il difetto proponendosi simbolicamente come strumento di cura per il sito d’intervento. La transenna rossa che ci separa oggi dell’architettura pericolante viene ricoperta da un telo dorato, quasi a sanare e rendere preziosa una ferita dell’edificio e della nostra storia recente. Poco davanti, un altro elemento orizzontale, una corda d’oro, ferma alcuni fusti di bambù salvandoli da una rovinosa caduta. L’instabilità delle forme vegetali si fa espressione dello stato delle architetture del luogo, interdette, ferme in uno stato di sospensione paralizzante. Essenza arborea proveniente da paesi lontani ma incredibilmente diffusa nel parco del Santa Croce, il bambù rimanda alla capacità di adattamento dell’essere vivente: è un riferimento a quelle persone che, strappate dai loro rispettivi contesti, hanno saputo adattarsi in quel luogo, ricreando radici per continuare a vivere. Interdetti è un’installazione che mette in scena la precarietà degli elementi presenti mettendo in evidenza ed esaltando uno stato di apparente immobilità, che sia il momento subito precedente al collasso o l’alba di una rinascita.
Michele Gentili

A _ U
In un giardino disciplinato, dove l’uomo si rapporta con la natura mettendo in ordine la sua espressione, A _ U introduce l’elemento estraneo, il movimento imprevisto che distoglie la puntina dal solco del vinile.
A _ U contrappone alla forza centripeta, continua ed omogenea dei percorsi circolari previsti nel giardino di Villa Nappi, una traiettoria non controllabile, quella del selvatico, dell’energia creativa.
L’installazione è composta da più elementi che si intercettano passeggiando liberamente nel giardino: i sassi di fiume bianchi e fluorescenti lasciati come tracce di un passaggio e visibili anche di notte; la tana scavata nella terra sotto le radici di un grosso albero; l’immagine di due lupi ricomposta da piccoli sassi neri all’interno della fontana senz’acqua, anch’essa circolare e fortemente delimitata e protetta dalla ringhiera.
Il visitatore, se pur consapevole dell’impossibilità di una reale presenza dei lupi in quel giardino domestico, ne potrà avvertire la forza evocandone il passaggio segnato dai sassi, dalla “tana”, luogo dove l’animale può vivere non visto, tra panchine e alberi secolari.
L’installazione site specific A _ U, risponde alla richiesta di una totale biodegradabilità dei materiali e naturale disfacimento dell’opera stessa nel tempo.

CUORE a La Mole si palesa attraverso l’acqua, la stessa su cui questo monumentale pentagono si appoggia, perché la trasformazione è insita nel suo naturale moto perpetuo. Viene raccolta e di nuovo stillata da 4 taniche sospese al soffitto. Cambia il punto di vista e quello che è sotto si trova sopra.
CUORE a La Mole parla attraverso il suono asincrono e cadenzato delle gocce in caduta, come il ritmo regolare dei battiti cardiaci.
CUORE a La Mole vive nella penombra, nel buio. Chiede l’intimità dell’ascolto.
CUORE a La Mole assume le fattezze di animali selvatici, come i lupi, che si sfaldano, si spostano, si modificano, perché l’incontro con l’altro e il dialogo degli affetti ci lascia esposti alla trasformazione.
Non si è più quelli di prima ma in divenire, non conoscendo oggi la forma che ci apparterrà domani.

La leggerezza della carta e la pesantezza dell’olio. Queste sono le contrapposizioni materiche dentro cui questa serie si esprime.
Ma più che fermare l’attenzione su ciò che è esplicito, i segni e le macchie dipinte si fanno racconto di opposte tensioni, familiari compagne della mia ricerca interiore.
Profondo è il desiderio. Greve l’anelito che si prova e che ti spinge in basso, nel corpo, dove tutto ha un peso ed è presente e fastidiosamente pesante.
Ed è quando tutto è fermo, quando non c’è rumore, quando si accoglie il buio come l’alleato migliore, ad esplodere è la luce. Sono mille le particelle che si frantumano, il moto è verticale ed è ben al di là del corpo, in una tensione impalpabile, in un abbraccio che cura.

Hebel dall’ebraico: soffio, vuoto
Il tema è il vuoto, come la vertigine di quando ci si affaccia oltre il limite della propria esistenza fisica e come quello che si prova quando ci si perde nella ricerca.
I tre corpi distesi, tolti dal collegamento dei loro sensi con il mondo, sono nella completa percezione di quel vuoto, del soffio.
Gettano le armi dell’animale per scoprire l’abbandono in Dio e godere del riposo del cuore inquieto eternamente in ricerca.

10.800s nasce da un periodo di residenza trascorso all’interno del foyer del Teatro dei Filarmonici della città di Ascoli Piceno, inagibile al pubblico a causa dello stato di abbandono e le continue interruzioni dei lavori di recupero edilizio, iniziati e mai portati a termine.
Il luogo stesso come l’opera, parlano dunque del disfacimento della materia e dell’impotenza dell’uomo nell’arrestare il processo.
L’opera si compone di due parti: impronte di volti riprodotte nel ghiaccio che si sciolgono completamente nel tempo di 10.800 secondi; impronte di volti dipinti in 15 tavolette di legno.
Lo scioglimento dei volti di ghiaccio avviene all’interno del foyer, registrato in presa diretta e reso visibile da monitor installati in un’area del teatro accessibile al pubblico. I dipinti, come tracce impresse del passaggio del tempo, attorniano i monitor.
Niente è eterno e anche se tutto sembra perduto e diventa invisibile, nella nostra memoria rimane un segno, una traccia, un’impronta.

“Mi ha molto divertito fare questo interno senza niente, di una semplicità alla Seurat a tinte piatte, ma date grossolanamente senza sciogliere il colore …. Avrei voluto esprimere il riposo assoluto attraverso tutti questi toni così diversi …”
Lettera di van Gogh a Gaugin

Pensa allora, anima mia, che la morte non è altro che un servitore che porta una luce nella camera esterna.
John Donne

La natura nel suo splendore.. la morte, niente di più.
Il maiale e il suo schianto, la sua grevità nel mondo.
L'uccello e il suo ritrarsi, privo di peso, privo di respiro.
La volpe e il suo distacco, la sua morte è una visione.
La lepre e il suo scarto.

Raccolgo l’attesa in una tazza,
in un tempo che mi rende isolata dal tutto.
Verrai tu a colmare questo recipiente vuoto.

La diga del Vajont è stata sempre considerata un gioiello di tecnica ingegneristica e costruttiva che come tale è rimasta intatta. non toccata dagli eventi. Morta perché non contaminata. La perfezione è stasi, non permette quell’oscillazione, quella caduta di incertezza che rimette in movimento le cose ed è qui che interviene la natura con il suo moto perpetuo.
Le parentesi (dal greco παρένθησις, derivante dal verbo παρεντίθημι parentìthemi che significa frappongo) sono una serie di simboli tipografici che servono a contenere altri caratteri; di ognuna esiste una versione di apertura ed una di chiusura: la prima è generalmente un’immagine dotata di convessità verso sinistra, mentre la seconda la possiede generalmente a destra.
Partendo dal segno grafico che la diga disegna sul territorio, una parentesi chiusa, rimarchiamo la sua similitudine con un elemento del linguaggio. Contiene la memoria, il pensiero rivolto all’accaduto, il territorio e così facendo permette che questo sia preservato e non reiterato, creando spazio per il nuovo.
Usiamo l’oro come materiale principale, sottolineando la perfezione della diga nell’imperfezione del territorio che la circonda. Come nella tecnica giapponese del kintsugi, della riparazione delle ceramiche rotte con l’oro liquido, nelle fratture che la rottura genera, l’intervento ha lo scopo di chiudere la crepa, non fisica ma d’animo.

Tutta l'installazione concorre a focalizzare l'attenzione sulle tele e su di una porzione di spazio vuota. I coni di luce esprimono l'idea del silenzio, anzi lo impongono con delicatezza ed ogni elemento insieme costruisce il pathos che viene fuori anche solo osservandola così, da lontano.
Viene fuori una via crucis per arrivare all'ultima stazione: depositare dopo aver afferrato l'inafferrabile, il tempo concluso e aperto dal divenire nelle stratigrafie di pittura. Ciò che le tele erano in partenza, reticoli di segni pittorici, di gesti controllati (ragione) e di pulsioni impresse (cuore) - visibile lateralmente - e ciò che al centro prende vita con i tempi distesi dello stillare, smagliature di pittura che esprimono unitamente forza e labilità non essendo mai uguale al momento precedente.
In Cuore convivono i tre tempi designati da Sant'Agostino il presente del passato, che è la memoria, il presente del presente, che è l'intuizione, e il presente del futuro, che è l'attesa.
Racconta perfettamente l'incontro nei rapporti umani.
Giorgia Noto